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Gli eventi pasquali che dimostrano quanto abbia da fare un "respondabile risorse umane".
"Se dovessi pensare all'atto supremo, il piu' squisitamente divino, io lo riterrei il creare. Non e' cosi' difficile convenire con me, vero? Certo, se poi un atto divino sia realmente utile o positivo, questa e' un'altra storia." Le parole ferme e pacate di Riccardo, aggiunte alla sua postura cosi' composta, gli conferiscono un tono serio ed educato, aristocratico oserei dire, ma con un tocco di anticonformismo che non guasta mai. E' comodamente seduto su un divanetto di fronte al mio ed avvolge con la sua mano destra un bicchiere di whiskey dando quasi l'impressione di coccolarlo. Riccardo e' una persona brillante, ha un'ottima parlantina ed ha l'aria di essere costantemente a suo agio indipendentemente dalla situazione; ha solo un difetto: e' palesemente (ed orgogliosamente) consapevole di questo.
Nonostante il caminetto posto dinanzi a noi sia troppo caldo per i miei gusti, evito di perdere tempo cercando di porvi rimedio e decido di godermi appieno questa occasione per rilassarmi, concedendogli, almeno momentaneamente, il ruolo di protagonista della disquisizione, non senza stuzzicarlo almeno un po'.
"E' un concetto interessante, ma nulla di sorprendentemente innovativo" sussurro mentre avvicino la fiamma dell'accendino alla mia sigaretta, un lungo respiro, per assaporarne il veleno e poi un sorriso compiaciuto. Fuori dalla piccola villa, gli altri stanno passando qualche ora di spensieratezza in maniera tutt'altro che rilassata; il loro vociare, tuttavia, risulta di piacevole compagnia, impedendo al silenzio di diventare assordante.
Riccardo copre malamente il suo sorriso sorseggiando il whiskey, poi esordisce con "io, invece, non mi concentrerei tanto sull'originalita' di quello che ho detto, ma sulla tua risposta" fissandomi dritto negli occhi.
Ecco, questa strategia e’ piuttosto banale, ma funziona molto bene. E’ la classica trappola che ti spinge a colmare il “vuoto concettuale” della parola –risposta-. L’obiettivo e’ spingermi a dare una interpretazione di cio’ che lui realmente vuole dirmi. In realta’ non lo sa bene nemmeno Riccardo, ma, se commentero’ la sua affermazione, giustificandomi, mostrero’ io stesso cio’ che ritengo debole nelle mie argomentazioni, esponendo il fianco ad ulteriori attacchi.
Faccio un lungo tiro dalla sigaretta: una pausa voluta, il silenzio potrebbe spingerlo a “fare autogol” e continuare a parlare, imbrigliandosi nella sua stessa rete.
Ma non lo fa. Resta ad osservarmi.
Proseguire con la pausa potrebbe dare l’idea di aver “accusato il colpo”, arricciare le labbra in un sorriso sarcastico, e’ il modo migliore per tacciare di pochezza le sue parole. Lo faccio. Decido, infine, di costringerlo a scoprire il suo gioco con una domanda diretta: “perche’ tanto interesse nella mia risposta?”.
“In un certo senso” interrompe il discorso per sorseggiare il drink, probabilmente per riorganizzare le idee, poi continua: “e’ come se tu guardassi il mondo vivere. Non ti esponi, ne’ esprimi le tue idee con chiarezza. Professionalmente, poi, sei nel mezzo e arrivera’ il momento in cui dovrai scegliere; forse dovresti gia’ cominciare a pensarci.”
In confidenza, queste non sembrano parole di Riccardo. Sta’ osando un po’ troppo per i suoi gusti: ne sono sicuro.
Aspiro velocemente un po’ di quel dolce veleno, poi, tenendola fra indice e pollice, la osservo consumarsi lentamente per qualche attimo. Non ci avevo mai pensato, a quanto la vita sia metaforicamente simile a questa sigaretta che, rapidamente, si consuma. Credo che, alla luce di questa intuizione, il fumo sia degno della massima considerazione in ambito umanistico e filosofico, o forse sto’ solo cercando di giustificare un mio vizio.
“E che scelta mi consiglieresti di fare?” domando distratto dai miei pensieri.
“Sei una persona sveglia, ma difendi troppi collaboratori contemporaneamente per poter agire al massimo delle tue possibilita’”, incalza lui.
Lo osservo un momento: “ma io non difendo nessuno, semplicemente gestisco le disponibilita’ che, liberamente, loro mi donano”. Penso alle parole di Sabrina, quando mi ha chiesto di non affrontare questo argomento con Riccardo. Penso alla volgarita’ incontrollabile di I.S., probabilmente un vaffanculo risolverebbe la questione molto piu’ velocemente di quanto stiano facendo le nostre parole.
Effettivamente la violenza (verbale o non) e’ molto semplice da attuare e, a breve termine, sicuramente efficace. Tuttavia credo che gli estremisti siano tutti un po’ vigliacchi. Voglio dire: e’ facile ragionare in bianco e nero, affrontando dualisticamente il mondo, perche’, cosi’ facendo, ci deresponsabilizziamo, non abbiamo bisogno di pensare, di sforzarci: le risposte, in quest’ottica, sono facili da trovare, no?
Invece non e’ cosi’, o almeno, io non credo. Non esiste il bene o il male e qualsiasi decisione comporta conseguenze di diverso tipo. Ignorare questo, significa essere stupidi.
Non sto’ dicendo nulla di rivoluzionario, proprio come Riccardo, eppure e’ molto facile dimenticare questi semplici concetti, vero?
In questo momento la presenza del mio interlocutore comincia ad infastidirmi, o forse sono i miei pensieri a mettermi a disagio, evito di farlo notare o almeno ci provo.
L’ultimo sorso di Riccardo, annuncia il volgere al termine del nostro incontro: “come sai, ci sono altre possibilita’ per te e ci sono persone davvero interessate alle tue capacita’” conclude alzandosi.
Spengo la mia sigaretta "filosofica", poi gli lascio credere di aver raggiunto in parte l'obiettivo: "Lo terro' in considerazione, anzi lasciami un tuo contatto. C'e' una cosa di cui vorrei discutere con te, nei prossimi giorni".
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