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Lettera a un umanista coltivatore di preziosi reperti vegetali ( o ad un coltivatore umanista ) Stampa E-mail
Scritto da Diego Franchi   
mercoledì 30 aprile 2008

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Nel mese di Aprile , Anno Domini ( ma anche nostro…) 2008  

Pregiatissimo Professore 

Assolvetemi subito – quanto vi prego (espressione napoletana che sta per il semplice “ Vi prego “ . Tanto per dire subito che questa epistola (no…non pensate a S.Paolo…) la ricevete da ambiente e atmosfera napoletana, ancorché ospitato in  terra etrusca ,e sarà un messaggio di amicizia tra

“ mediterranei” , come forse avvenne tra i vostri antichi padri Messapi – ma anche di chissà quanti geni altri - e i miei antichi padri Greci e Sanniti..- ma anche di chissà quanti altri geni …) – dal sospetto che l’apertura celi piaggeria .

Dai pochi ma significativi scambi letterari, l’intuizione - che nel processo del pensiero viene dopo l’impulso e l’emozione, e subito prima della coscienza…(lo so, l’ho già detto, ma c’aggia fa’ , questo fatto del processo del pensiero , che ho letto da varie fonti , Hillmann, Faucoult …mi piace assai..) - mi ha già detto che siete lontano dal gradimento di piaggerie e di ogni forma retorica di approccio . Mentre è evidente che dominate benissimo la retorica , “ come disciplina del parlare e dello scrivere e fondamento dell’educazione letteraria nell’antichità classica” ( come recita il Devoto Oli). 

Mi punge vaghezza… Vorrei dare alla mia prosa un po’ di aulicità… perché intimidito e un po’ invidioso della vostra prosa . Ma non è che mi sfugga – e non sfuggirà ai vostri tre ( !!?? ) lettori, sempre che pensiate di riportare loro questa lettera – il “ gap” ( eh,si…cedo ormai alle forme di espressione della globalità…) di cultura umanistica e filologica nel particolare , che resta comunque a dividerci,  naturalmente a vostro favore .

E in ragione del quale ( spero che gap in inglese sia maschile…) mi dichiaro vostro servitore. 

Mi dichiaro tale, e tale mi sono dichiarato nel tempo, di ogni amico al quale riconosco del talento non solo di struttura, cioè costruito con lo studio e l’applicazione; che pure ammiro e rispetto. Ma mi dichiaro servitore per quella parte del talento che intuisco innato, concesso dalle Parche al momento di tessere la trama della tela della vita di ognuno di noi. Che sia artistico nelle sua varie forme, letterario, scientifico .  

Certo lo strutturalismo – espresso come orientamento metodologico più che come dottrina filosofica - mi ha sempre affascinato e convinto, con la sua conclusione che  la nostra personalità – e del carattere che ne conseguirà nella vita - derivi dalla struttura costruita nei primi anni e nell’ adolescenza, per opera dell’ambientazione in cui nasciamo e riceviamo la prima formazione.

E prima degli strutturalisti moderni – di cui ho letto solo in parte Faucoult come critico delle istituzioni e Barthes come critica letteraria , quindi troppo poco – Vico affermò che Motivo delle cose è nel loro nascimento in certi modi e in certe guisa” ( cito a memoria, e chiedo perdono per il plurale di guisa , che non ricordo…qualora fosse guise..)

Personalmente , tendo a moderarne l’assolutismo , ritenendo – forse con Platone, ma anche qui cito a memoria ..- che quella struttura costruita possa rappresentare il 50 % della personalità; mentre attribuisco la parte restante , a sua volta , per metà dovuta alla tela delle Parche di cui sopra, e per metà ad “ Ananke” , la necessità. Una dea, secondo i greci. 

Ma non è su questo che intendo intrattenervi, caro professore, con questa epistola.

Magari in futuro, e in occasione su un da me auspicabile nostro incontro, discettando serenamente seduti all’ombra dell’ulivo che mi onora e mi rallegra della sua presenza davanti al giardinetto di casa , o anche passeggiando socraticamente nel verde dell’Etruria . Sic est in votis…

( la minacciata forma napoletana non si ritiene offesa da qualche incursione classica. Del resto quella città nell’immaginario teatrale è stata quanto di più oraziano si possa pensare, cantando nel suo dialetto i concetti del grande pugliese ( era messapico , mi pare..? O Dauno..? ): “ Basta ca ce sta’ o’ sole…Chi ha avut’ , ha avut’.. ha avut’..Scurdammoc’ o’ passat’… “ ) . E se vi devo dire tutta la verità, ho sempre sentito molto “ napoletano” anche il Lucrezio del “ De rerum naturae “, quando dice : “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis / e terra magnum alterius spectare laborem…”.  
 
 
 
 
 

Mia madre , pugliese di Capurso , involontariamente mi traduceva Lucrezio, nel suo marcato accento barese ( diverso dal vostro accento salentino )  quando lasciavo qualcosa nel piatto o quando mi lamentavo di qualcosa : “ Pensa a chidd’ poveriedd’ che non tengono da mangiare , o a chiidd’aldr’ dentro i’ spedel’ ..” ( Ho tentato per la prima volta di esprimere la fonetica del dialetto barese, e forse per un barese autentico non risulterà condividibile e godibile  . Come invece ho trovato godibile la vostra scrittura fonetica del dialetto talentino. Che ricordo bene per avere frequentato per lavoro la vostra terra .

I due oggetti dei quali avete voluto aprire quella che spero sia una lunga stagione di amicizia , elegantemente in linea con i cerimoniali con cui si incontravano , forse, i nostri comuni lontani padri lungo le coste del Mediterraneo, mi fanno confermare , in aggiunta  alla vostra godibile prosa , vostro servitore . Li cito con reverenza :  

  • un reperto meraviglioso - nella materia nobile per eccellenza, la ceramica - di un popolo reso misterioso per la storia – come quasi tutti i popoli dell’Italia pre romana -  solo dall’ assorbimento della sua cultura prima da parte di quella greca colonizzatrice e poi da parte di quella romana , unificatrice ma anche oscuratrice delle culture assorbite   .   Lo stesso reperto, e la vostra analisi filologica e identificatrice dello stesso , dimostrano la ricchezza di una cultura già in grado di confrontarsi con quella dei greci colonizzatori e poi dei romani unificatori . E  la creatività di quelle genti, nell’uso cartografico della materia adatta all’arte . Nella storia dell’umanità , tra le altre costanti che trovano tuttora conferma, c’è la dimostrazione che la ricchezza materiale accoppiata alla  potenza militare,  ha sempre deciso i destini dei popoli nell’immediato, e il loro posizionamento nell’archivio della storia. Ma la moderna neuro biologia, in grado di analizzare non solo i geni dai resti delle necropoli , ma di ricostruire l’intero genoma  di quei popoli come di noi ,   rende in parte giustizia a quella umanità e a quelle culture . Ho letto che dal genoma si ricostruisce in ipotesi  sia il pensiero , la coscienza,   e le capacità interpretative ( mi sembra si definisca questa sequenza NOSFERA ) ; sia le differenze biologiche della fase evolutiva individuale e collettiva ( BIOSFERA).
  • Un reperto vegetale – possiamo definirlo così , professore, il lambascione ? - descritto e tramandato da tempi non distanti da quelli vissuti da quegli antichi progenitori pugliesi. Il cui sapore amarostico potrebbe essere citato come una delle metafore adattabili alla vita :  che resta meravigliosa anche nella sua amarezza .  E la cui tramandata virtù afrodisiaca potrebbe competere con il floridissimo mercato del Viagra ..!
 

INTERVALLO….

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2° TEMPO….

Vorrei ora, col vostro permesso, professore stimato e stimabile , riportarvi “un pezzo di considerazioni” , che suscitarono i miei neuroni spesso impigriti , derivate dalla lettura di un saggio di Bruno Arcurio.  Critico letterario che non conoscevo – e la categoria ha qualche difficoltà a rendersi simpatica, come un po’ gli arbitri di calcio – ma che mi apparve subito più nella sua veste di saggista che di critico. 
 
  
 Le parole scritte

Il critico letterario sembrerebbe a volte l’antagonista dello scrittore , per definizione.

Vi parlerò ora di Bruno Arcurio.

Dopo avere ricevuto in regalo da Enzo Samaritani - un amico musicista che ha spesso trasportato la dolcezza del ritmo e della melodia musicale nella parola scritta  - una raccolta di saggi critici  di Bruno Arcurio ,  in questo autore l’immagine del critico si stempera in quella di un amabile saggista ed epistolante ( mah…professore…mi avventuro in aggettivi sostantivati di cui non sono affatto certo. Lo faccio con altri compagni di epistolari, ma certo con voi corro qualche rischio…Mi appello alla vostra tolleranza di umanista non dogmatico…)

Enzo Samaritani – che auspico di potervi fare conoscere , lui e il suo salotto musicale romano, dove l’accompagna il  violino della sua soave compagna, e il piano di Mario Cavaceppi, che è anche liutaio -  ha avuto con Bruno Arcurio , un lungo rapporto di affinità intellettive e di affettuosa amicizia.

Il saggio è curato da due firme a me sconosciute ( ma non è una rarità…) , Maria Froncillo Nicosia , e Roberto Pazzi, quest’ultimo anche prefatore della raccolta di saggi critici.

Che sono tutt’altro che critici, e mostrano semmai un critico che andava a cercarsi , per recensirli, scrittori e poeti da lui già amati.

Scrive di Kafka , di Claudio Magris , di Montale ( Una citazione di versi straordinari apre il capitolo su questo poeta: Ti chiedo se così tutto svanisce, in questa poca nebbia di memorie ) ; di Valerio Magrelli ( cita la raccolta “ Ora serrata retinae “, dalla quale conobbi gli straordinari versi de Il guardiano del quaderno; e tante altre figure letterarie  straordinarie della prosa e della poesia  ( ma in mezzo ci infila anche una figura delle arti figurative, Renato Guttuso. Figure che,  intanto, è stato bello scoprire attraverso questi saggi, per uno scrutatore zeppo di curiosità, ma  con  una mediocre base culturale) .

Ma non è questo il miracolo della scrittura , professore leggibile con gaudio, come della musica   ?

Catturare e tenere immobilizzato alla pagina o all’ascolto “ l’uomo della strada” ?

Valerio Magrelli non solo mi incantò con il suo Guardiano del quaderno, titolo e versi suggestivi , ma con la metafora del poeta quale guardiano delle parole , che , fissate sulla pagina , perdono la loro fragilità  .

Metafora che si ritrova nel prefatore della raccolta , Roberto Pazzi – da Arcurio anche recensito in una sua opera in prosa – che si fa una domanda  che ognuno di noi vorrebbe avere pensato:

Da dove vengono le parole che restano, che non passano ? Verrebbe la tentazione di credere che arrivino esiliate da una patria assoluta , dove splendevano serenamente . Sono così le parole della Poesia.

E Pazzi aggiunge:

Leggendo questi saggi, una volta di più mi sono convinto della funzione di noi scrittori, di effimeri portatori della loro luce. Di lampionai -  come quelli che accendono ancora le luci a Praga – di un gas che dalla bocca dei morti passa alla favella dei vivi , senza perdere mai una sola particella della sua forza.    

Non è pensabile che tutto questo valga per chiunque scriva ? A prescindere , in una certa parte , perfino dalla capacità, purchè sia comprensibile ? 

Lo dicono , forse, anche i versi di Mario Luzi :

Tutto questo non appartiene che al destino ed a noi , se lo abbiamo interpretato , nella rivelazione della sua giustezza. 

Ma qualcun altro che non ricordo, forse Cioran, ha anche lasciato scritto che

LA VITA E’  UN VIAGGIO CHE FACCIAMO  MENTRE SIAMO

OCCUPATI A PENSARE AD ALTRE COSE .

Ed anche queste “ incursioni “ nella bellezza della parola, purtroppo, a volte sembrano come la vita . 
 
 
 
 
 

INTERVALLO ( AHAHAHAHAHAH……..Sarei portato ad esclamare, se fossi il lettore di questa epistola a rate…Ma anche in questo, lo so per certo, incontrerò la vostra tolleranza, professore tollerante, perché intuisco che essa – oltre che innata – era praticata a piene mani verso i vostri discepoli. Lo so..non negatelo…Lo si intuisce anche in una vostra frase che ho annotato nel notes della mia mente : “ Insegnavo …e imparavo…” . E doveva essere accattivante, quella lezione, con questo presupposto. 

Amen  
 
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