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| Ciao |
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| Scritto da Diego Regina | ||||
| martedė 22 luglio 2008 | ||||
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Ciao (piccolo racconto che sembra nostalgico)
Mio Padre mi raccontava da bambino la storia di un cane da caccia e del suo padrone. Il cacciatore lo ebbe appena svezzato da un suo amico. Non gli fece mai mancare nulla: gli dava da mangiare le cose più buone, giocava con lui, gli permetteva di dormire sul letto vicino a lui, lo riempiva di moine, lo… insomma tutte le premure che un padrone amorevole può avere per il proprio cane. Lo aveva chiamato Bambino per come gli era affezionato. Bambino crebbe e il cacciatore fiero lo portò con se a cacciare. Tutto pieno di se il cacciatore non vedeva l’ora di vedere Bambino all’opera. Pum! Pum! Colpita una quaglia, caduta – Vai Bambino! – ma Bambino pur andando nella direzione della quaglia si ferma ad un albero alza la zampa posteriore e fa la pipì, ritorna vicino al cacciatore e si mette a dormire. - Non importa è solo la prima volta – disse il cacciatore. Pum! Pum! Colpita un’altra quaglia, caduta – Vai Bambino! – ma Bambino nuovamente si sveglia, va nella direzione della quaglia, alza la zampetta posteriore, fa la pipì e poi torna a dormire. – Hey che scherzi fai?! – ammonì questa volta. Comunque il cacciatore non si perse d’animo e ci provò di nuovo. Pum! Pum! Prese un’altra quaglia, – Vai Bambino! – La stessa identica scena. Bambino torna a dormire. Pum! Pum! Stavolta il cacciatore non colpì nessuna quaglia. Sparò a Bambino. Con questa storia che mi rendo conto, è un po’ forte per qualche animalista, mio padre voleva insegnarmi forse… credo… non so, che devi dare molto a chi vuoi bene, ma d’altro canto, devi saper tagliare con quelli che non sono amici, che non sono relazioni, che non sono rapporti pur avendone la parvenza. Devi tagliare con chi di te se ne approfitta e basta. Io ho un amico che a pisciare non andrebbe nemmeno se fosse incontinente se lo chiamo o ho bisogno di lui. Ho un amico su cui posso appoggiare tutto, è per me come la leva di cui aveva bisogno Archimede per sollevare il mondo. Siamo diventati amici subito durante l’estate tra le medie e le superiori. Casualmente avevamo scelto la stessa scuola e con grande gioia ci ritrovammo nella stessa classe il primo giorno del nostro primo anno al liceo. Oggi io dirigo un’area di un istituto di credito molto importante, lui è ingegnere in un notissimo studio di progettazione automobilistico. Ma a quattordici anni eravamo due semplici ragazzini con due cose in mente… la seconda era la musica. Volevamo fondare un gruppo. Io alla chitarra lui alla voce. Eravamo inseparabili. Lui faceva il bello io quello simpatico. Ci muovevamo con il suo motorino distante anni luce dagli scuter di oggi, un Ciao Piaggio verniciato a mano nero opaco e al posto del sellino, il sellone della vespa special 125. D’accordo non era elegante ma funzionale. Anzi per noi era emozionante, ci emozionava il rumore che faceva la marmitta truccata montata dal fratello maggiore, una Pollini. Nulla a che vedere con le belle macchinone che abbiamo ora, dalla mia Moto Guzzi e dalla sua Ducati 1098R. Eravamo troppo amiconi io e G.. Il primo giorno di scuola cominciammo subito a darci da fare, praticamente due ragazzini di un paesino di provincia con gli ormoni alle stelle per tutte quelle ragazze mai viste tutte insieme. Tutte nell’atrio della nostra scuola. Quel giorno …il primo giorno di liceo, quelle ragazze ci sembravano tutte bellissime e tutte attraenti. I primi frutti, se così possiamo dire, e naturalmente non riferendomi al profitto scolastico vennero il primo quarto del secondo quadrimestre. Mi ricordo che qualche ragazzina l’avevamo agganciata, ma nulla di che. Una volta sotto il porticato della scuola vedemmo insieme la stessa ragazza. Per l’amor di Dio era bellissima, inutile dire che piaceva a tutti e due, solo che all’inizio non ce l’ho dicemmo. Un giorno mentre eravamo in bagno io presi l’argomento e gli dissi: - Ascolta se A. ti piace… tranquillo fa pure. Mica litighiamo per… - - Wagliò! – m’interruppe – Non è una femmina che ci farà litigare, sai che c’è ti dico! Ce la facciamo tutt’e due! – Quasi piangevo per la commozione, niente e nessuno ci avrebbe mai separato! G. era ed è l’unico amico che abbia mai avuto. Un gesto che all’epoca mi ha segnato completamente e che mi legò a lui indissolubilmente. Per la cronaca, quella ragazza era tanto bella che non fu mai raggiunta dalle nostre intenzioni, e credo non si sia neanche tanto accorta della nostra presenza. Decidemmo dunque di ripiegare su una ragazza che veniva in classe con noi. Non era un fior di loto, ma una margheritina che non ci dispiaceva. La convincemmo per un appuntamento e una sera andammo a trovarla. Noi abitavamo a un paesino lontano sei… sette chilometri al massimo dal paese dove andavamo a scuola. Lei era di li. Io e G. eravamo elettrizzati dall’idea di andarla a trovare. Mi ricordo comunque che eravamo come al solito in ritardo. Per l’occasione quella sera G. aveva esagerato con la gelatina, diceva che ne aveva messa tanta per il vento. D’altro canto era lui il bello e io quello simpatico, dunque non mi preoccupai del vento e dei miei capelli, saltai sul sellone del nostro Ciao. Lui mi disse – stai attento che i freni non tanto funzionano. – I freni non hanno mai funzionato a quel motorino. – Va bene, chi se ne frega – dissi io – vuol dire che arriveremo prima. – E’ inutile dire che ero eccitatissimo. Durante il viaggio gli chiesi di farmi guidare, lui non volle per via dei freni. Arriviamo all’appuntamento. Non c’era nessuno. Non ci facciamo prendere dallo sconforto perché una delle caratteristiche dei nostri anni giovanili è stata quella che eravamo appagati più di quello che facevamo per ottenere qualcosa rispetto a quello che ottenevamo. Per fare un esempio verso i diciassette anni conobbi al mare una ragazza di Bologna. Ecco, quello che mi appagò di più del nostro incontro amoroso fu il treno che presi di nascosto, la creatività nel trovare scuse credibili ai miei genitori, il fantasticare durante il viaggio mentre guardavo il finestrino, andare a Bologna quasi senza soldi, anzi me li feci pure prestare da quella ragazza per comprare il biglietto per tornare a casa, mi appagò tutto questo molto più che incontro in se. Tra l’altro quei soldi non glieli ho ancora restituiti. Comunque tornando a quella sera, dopo pochi minuti la vedemmo arrivare. Mentre G. sistemava il Ciao sul cavalletto io andai verso di lei. Cominciai a baciarla ancor prima di salutarla. Mentre la baciavo guardavo G. che tentava di sistemare il motorino appoggiandolo ad un muro, ma essendo il muro in pietra viva il motorino scivolava, quindi spostò il motorino a mano senza accenderlo per non fare rumore. Intanto io mi davo da fare, cominciavo anche ad accarezzarla un po’ …non so se mi spiego, quando riaprì gli occhi e vidi G. che continuava ancora a maneggiare il suo motorino perché non trovava un punto d’appoggio. La scena era comica: G con una mano tiene il motorino dal manubrio e con l’altra vuole prendere un fazzoletto, rigorosamente di stoffa, lui ha sempre odiato quelli di carta, per soffiarsi il naso. Lo vedo molto impegnato e arrossato in viso dalla fatica e dal nervoso. Io continuo a baciare, quando a un certo punto lo sento imprecare, guardo verso di lui, lui guarda verso di me e - Vaffanculo! -scaraventa con tutte e due le braccia il motorino a terra, io scoppio a ridere fino a piegarmi dalle risate. Ride anche lui. Io mi siedo a un gradino di pietra lungo la strada lastricata di pietre che fa da sfondo al nostro incontro. G. si avvicina a lei e comincia a baciarla. Io lo guardo sorridendo, guardo il motorino e comincio a ridere forte. G. mi sente e gli scoppia a ridere in faccia proprio mentre la sta baciando, anzi per meglio dire gli scoppia a ridere in bocca mentre la sta baciando. Lei forse si sente presa in giro, gli da una spinta, si gira e se ne va. Lui tenta di trattenerla, gli chiede scusa ma lei – Stronzi! – e se ne andò. Ricordo pure che G. mi guardò prima con faccia seria, poi gli partì il sorriso a labbra chiuse e poi scoppiò a ridere venendo a sedersi vicino a me. Mi mise una mano sulla spalla e ci guardammo ridendo a crepapelle io trattenendo la pancia con una mano e lui stringendomi la testa a se. Guardammo il motorino li disteso e ridemmo ancora più forte. Restammo li seduti almeno per un’ora a raccontarci aneddoti sui motorini, sulle impennate, sui salti e le modifiche che avevamo sentito dai ragazzi più grandi di noi. Poi decidemmo di tornare a casa. Rialzammo il motorino il mitico Ciao nero opaco verniciato a mano con il sellone della vespa special 125, per gli amici vespone. Riprendiamo la strada che ci riportò al nostro paesino. Una salita e poi una discesa rapidissima, eravamo contentissimi e io urlo – Vaaaaaaaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii! - G. accelera, la Pollini urla producendo un rumore fortissimo, - yeeaaaaaaaahhhhhhhhhhh – finita la discesa c’era e c’è ancora un curva stretta, G. mi disse – Che scarpe hai? – e io – Le All Star – e lui – Sono nuove? – e io - si sono nuove – G. si irrigidì e disse – meglio così ci sarà più suola… metti i piedi a terràààààà – i freni come al solito non funzionarono solo che la curva non si sarebbe spostata per noi. Tutti e due con i piedi a terra e le nostre scarpe strisciarono sull’asfalto, la curva era li che ci aspettava la ruota anteriore inesorabilmente s’impattò contro il guard rail. Noi ci catapultiamo in un mandorleto dove oggi c’è una pompa di benzina. Cademmo e ci facemmo malissimo. Niente di rotto però. Dopo le prime preoccupazioni per le ferite che ci facemmo e che, tutto sommato, ci hanno lasciato il ricordo di qualche cicatrice che secondo me ci ha imbellito. Tornammo a casa facendoci il resto della strada a piedi portando quasi di peso il Ciao che aveva la ruota anteriore deformata come l’avrebbe potuta disegnare Picasso. Tornammo molto tardi, trovammo la mamma di G. davanti alla porta ad aspettarci. Gridò quando ci vide tornare ammaccati e sporchi di terra. Ci salvò dai suoi ceffoni il padre di G. che si offrì di accompagnarmi a casa. In macchina ci disse: - Almeno erano carine? – Io e G. ci guardammo e tutti e tre scoppiammo a ridere. Almeno fino ai ceffoni che mio padre visto l’ora che si era fatta ed io ero ancora fuori di casa.
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